Sul Teatro

UN PO' DI STORIA DEL TEATRO

Sintesi da: “Storia del Teatro Drammatico” di Silvio D’Amico

GRECIA E ROMA - Sofocle

IL SECOLO D’ORO DI ATENE
Dopo la vittoria sulla Persia, che vide tutta la Grecia far fronte contro il comune nemico, lo scontro tra le maggiori città greche ricominciò: quelle della Tracia, delle isole e delle coste dell’Asia Minore si riunirono nella Lega Delia, confederazione guidata da Atene. Fu proprio questo il periodo in cui Atene, in contrasto con Sparta, vide il suo massimo splendore.
Un periodo che, a sua volta, culminò tra il 470 e il 430 a.C. con l’età di Pericle. Una signoria effettiva, anche se non nominale, di questo illustre cittadino ateniese che, in quarant’anni, ricostruì le mura abbattute dai Persiani, unì alla città il porto del Pireo che ospitava la più potente flotta del Mediterraneo, eresse superbi edifici pubblici, teatri, templi, fra cui il Partenone. Atene divenne la città democratica e avvocatesca per eccellenza, nella quale tutti i poteri, in apparenza, erano del “popolo” (termine con il quale s’intendeva all'epoca solo quel decimo di popolazione che godeva di diritti), mentre in realtà si trovavano nelle mani del suo più eloquente oratore. Intorno a Pericle e Aspasia, sua amante e quindi moglie, a persone amanti dell’arte e del buongusto, a poeti e filosofi, fiorì la vita ateniese.
Questo fervore culturale, lo sviluppo dei commerci, l’interesse per la contemplazione e l’indagine, portarono ad una revisione dei capisaldi del pensiero greco: le vecchie credenze religiose, fonte di virtù eroiche, ma ormai troppo legate alla tradizione e alla superstizione, a poco a poco crollarono; il culto della ragione prese il posto di quello della fede; le filosofie, che fino a quel momento si erano interrogate sull’essenza e sulla natura delle cose, incominciano ad indagare il pensiero umano e gli stessi strumenti della conoscenza.
A questo stupendo, ma breve, periodo di splendore, in cui già incominciava ad apparire e propagarsi la corruzione morale, seguirà la rapida decadenza politica di Atene. Una serie di guerre e di scontri, in concomitanza con la scomparsa di Pericle (429 a.C.), la vedranno soccombere alle altre città greche, e in particolare a Sparta, che alla fine affermerà la propria egemonia: sconfitta contro Tebe e Sparta (457 a.C.), guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), la terribile disfatta di Siracusa (413 a.C.) e la definitiva sconfitta dell’Egospotamos (404 a.C.).

NOTIZIE BIOGRAFICHE
In questo secolo di splendore visse Sofocle. Figlio di un ricco armaiolo, membro dell’agiata borghesia, nacque tra il 497 e il 494 a.C. a Colono, località a circa un miglio da Atene (dove andrà a morire il suo Edipo).
Bello, educato alla musica e alla danza, quando aveva circa 16 anni fu scelto per guidare il Coro durante le celebrazioni per la vittoria di Salamina. Come attore gli furono affidate spesso parti di Tamiri, per la sua attitudine a suonar la cetra, e di Nausicaa, per la sua grazia nel giocare a palla. Come drammaturgo riportò diciotto volte il primo premio (Eschilo l’ottenne 13 volte, Euripide 5).
La critica gli attribuisce 123 drammi, ma a noi sono giunte solo 7 tragedie e vari frammenti tra cui quelli di un dramma satiresco “I cercatori di tracce”. Saggio e pieno di fascino, di carattere sereno, conversatore affabile, suadente e arguto, fu intenditore d’arte e scultore. Ricoprì anche cariche politiche e importanti ruoli pubblici: fu ministro del tesoro della Confederazione attica, stratega e ammiraglio in guerra. Fu amico di Pericle, conobbe e frequentò Erodoto. Arrivò ai novant’anni e scrisse fino alla fine dei suoi giorni. Prediletto e amato dai suoi concittadini, quando morì nel 406 a.C., gli Ateniesi gli tributarono lo stesso culto che prestavano agli dei.

RIFORME E INNOVAZIONI
La più significativa tra le innovazioni apportate da Sofocle alla tecnica del dramma è sicuramente l’introduzione del terzo attore. Non si trattò di un’esigenza dettata dal complicarsi e dall’arricchirsi della sua tragedia, quanto dalla nuova visione che egli ebbe rispetto ad essa, che lo portò anche a concepire ogni opera non tanto come un atto della trilogia, quanto piuttosto come dramma compiuto in se stesso. Benché di lui non ci sia pervenuta nessuna trilogia completa, sappiamo che esse spesso erano costituite da tra tragedie di materia del tutto indipendente.
Significativo e diverso, rispetto ad Eschilo, è anche lo sviluppo dei personaggi e dei contrasti. Se i caratteri del primo Eschilo esprimono i loro conflitti soprattutto attraverso canti e invocazioni rivolte al Coro, quelli di Sofocle discutono e disputano, l’uno di fronte all’altro. Ecco che allora alle grandi tirate liriche del primo, nel testo sofocleo appaiono squarci oratori, dispute sottili, argomentazioni che mirano ad un unico fine: persuadere l’ascoltatore. Come affermò Goethe nei “Colloqui con Eckermann”: “I personaggi sofoclei hanno tutti il dono dell’eloquenza; sanno tutti esporre così bene i motivi per cui agiscono, che l’uditore è quasi sempre indotto a dar ragione all’ultimo che ha parlato”.
Il risultato è una forte “umanizzazione” dei personaggi che perdono l’elevato immobilismo in cui li aveva collocati Eschilo, per diventare uomini e donne, sempre idealizzati, ma meno inaccessibili. All’immutabilità quasi marmorea dei personaggi tragici di Eschilo, Sofocle contrappone caratteri soggetti ad umani ondeggiamenti, dotati di una psicologia più dinamica, fatta di incertezze, crisi, mutamenti, conversioni. Di conseguenza anche il dialogo si sveltisce e si vivacizza: Eschilo l’aveva mantenuto in brani di ampio respiro e anche nei momenti di dialoghi serrati botta e risposta, non aveva mai spezzato il limite fisso di almeno un verso per ogni battuta; nei momenti di concitazione invece Sofocle, infrange la cornice del metro, facendo parlare più personaggi nello stesso verso (antilabè): dapprima con timidezza spezza il trimetro soltanto in cesura, poi con maggiore coraggio, lo fa indifferentemente in qualsiasi punto.
Nelle tragedie di Sofocle, infine, il Coro entra con maggiore importanza nel cuore dell’azione, caratterizzandosi sempre più come personaggio.

PERSONAGGI, CONTRASTI E ANTAGONISTI
Una delle maggiori difficoltà, per quanto riguarda le tragedie del teatro greco, consiste nello stabilire l’esatta cronologia della loro composizione. Rispetto alla produzione di Sofocle, una prima datazione si è basta sulla maggiore o minore presenza di antilabè nel testo, dando per scontato che le ultime composizioni dovessero averne un numero maggiore rispetto alle prime. Questo metodo dovrebbe far ritenere “Antigone” la più antica tragedia sofoclea giunta fino a noi. Ma basarsi esclusivamente su questo criterio è limitativo. Più significativo è invece analizzare la costruzione e la concezione di ogni opera, ma soprattutto la raffinatezza con cui l’autore gioca sui contrasti tra personaggi e all’interno dello stesso personaggio.
In questo senso “Ajace” appare senza dubbio la più rudimentale ed elementare. La tragedia manca quasi di unità e appare come spezzata in due momenti ben distinti. Nel primo Ajace, che ha salvato la salma di Achille e ne richiede pertanto le armi, in seguito al rifiuto da parte di chi deve concedergliele, s’infuria, delira e compie gesti atroci al limite del ridicolo, dei quali si pentirà amaramente dandosi la morte. Nel secondo, di fronte alla sua salma, nasce una disputa tra Agamennone da un lato, che nega al suicida una sepoltura onorata, e Teucro e Ulisse dall’altro che invece gliela vorrebbero concedere e che avranno la meglio. A dominare è comunque l’enorme figura dell’eroe cui fa da contrasto, ancora timido, quella della sua modesta donna, Tecmessa.
“Antigone” che nasce da una vicenda simile a quella di Ajace, ossia la contesa circa il diritto o meno ad una sepoltura onorata, presenta approfondimenti e contrasti tra personaggi e all’interno dei caratteri principali decisamente più interessanti. L’antefatto della vicenda, narrato nei “Sette contro Tebe” di Eschilo, è lo scontro tra i due fratelli Eteocle e Polinice per il trono di Tebe, lasciato libero da Edipo. Qui Creonte, che dopo la morte di Eteocle e Polinice, ha ottenuto il potere su Tebe, decreta che il secondo, colpevole di aver combattuto contro la sua stessa patria, rimanga insepolto. Il feroce editto, che secondo le antiche credenze priverebbe il morto del riposo eterno, fa nascere un profondo conflitto nell’animo di Antigone, sorella di Eteocle e Polinice, tra “legge civile degli uomini” e “legge non scritta degli dèi”. La coraggiosa e passionale fanciulla sceglie la seconda e va a compiere le esequie del fratello ben sapendo che così facendo sarà condannata a morte. Le fa da contrappunto la timida sorella Ismene, che cerca invano di dissuaderla e poi la lascia sola. Scoperta e imprigionata Antigone si uccide dando il via ad altre due morti: si uccide Emone, suo promesso sposo; si uccide Euridice, madre del giovane. L’editto di Creonte, padre di Emone e marito di Euridice, si ripercuote così contro di lui. La costruzione e la concatenazione degli eventi appaiono qui più complessi, anche se “Antigone” rimane una tragedia di carattere, tutta giocata intorno alla figura della protagonista, una delle più studiate, amate, ma anche criticate del teatro antico: qualcuno le attribuisce eccessiva durezza, soprattutto nel rapporto con Ismene, altri l’accusano di tentennare al momento dell’eroica decisione finale. Anche il suo antagonista Creonte, segnato da tratti durissimi, vive il suo momento di crisi, che lo porta ad una decisione volta a mutare il corso degli eventi, la quale però giunge però troppo tardi. Sobrio ma denso di significato è anche il personaggio di Emone. Poco rilevanti gli altri interlocutori. Interessante notare che, benché in scena ne compaiano solo tre per volta, i personaggi del dramma sono addirittura otto.
Tragedia di contrasti e di confronti è “Elettra”, in cui Sofocle, svolgendo lo stesso tema delle “Coefore” di Eschilo (ripreso più tardi anche da Euripide), porta in scena il conflitto tra la protagonista e Clitemnestra. Se in Eschilo madre e figlia non s’incontrano mai, Sofocle le pone invece faccia a faccia: mentre Clitemnestra, confessando senza pudore i suoi delitti, ne difende le ragioni, Elettra replica confutandole una ad una con argomentazioni precise e schiaccianti. Sofocle introduce anche un’altra sorella, Crosotèmide, che con la sua femminile timidezza, si pone in contrasto alla virile risolutezza di Elettra, riproponendo, anche se in modo meno efficace, il chiaroscuro tra Antigone e Ismene. Dramma potente, colorito, vario e commuovente, l’Elettra di Sofocle non raggiunge, però, l’efficace semplicità di quella di Eschilo.
Un contrasto ancor più vivo si trova nelle “Trachinie”, titolo che identifica le donne del coro, essendo la vicenda ambientata a Trachis, cittadina della Tessaglia. Da oltre in anno Eracle si è allontanato da questo luogo e dalla sua sposa Dejanira, quando questa apprende che il marito, incapricciatosi di un’altra donna, ha mosso guerra a una città e l’ha espugnata. Straziata dalla gelosia Dejanira immerge una tunica nel sangue di Nesso, convinta che si tratti di un filtro d’amore in grado di riportarle il suo sposo. Nel momento in cui Eracle veste quei panni la tunica si rivela per lui una trappola mortale che gli s’incolla al corpo strappandogli la pelle a brandelli. Il dramma si conclude con il suicidio di Dejanira, sconvolta dall’errore e dall’inganno di Nesso, e con l’atroce agonia di Eracle. La tragedia, che si articola in sei racconti successivi, è stata bistrattata da molti critici che, soprattutto per ragioni tecniche, la ritengono opera di un autore molto giovane oppure già decrepito. La struttura, forse ingenua, non offusca però la bellezza dei due grandi caratteri: quello gigantesco di Eracle che sulla scena dà voce al più terribile martirio fisico conosciuto dalla tragedia greca; quello incomparabilmente tenero di Dejanira in cui Sofocle ha dipinto la donna greca del geneceo, ben diversa dalla riverita e onorata matrona romana.

INFLUENZE EURIPIDEE
Il “Filottete” è stato definito una sorta di “Robinson Crusoe” greco: eroe della guerra di Troia, viene abbandonato dai perfidi compagni su un’isola deserta dove, straziato da una piaga che gli procura orrende convulsioni, vive della cacciagione che si procura con il suo arco, dono di Eracle. In seguito alle parole di un oracolo, che rivela l’impossibilità di vincere la guerra senza il prodigioso arco di Filottete, Neottolemo, figlio di Achille, viene inviato sull’isola per supplicare l’eroe di ricongiungersi ai suoi. Al rifiuto di Filottete, il ragazzo, istigato da Ulisse, gli ruba l’arco, per poi pentirsene e restituirglielo. Solo l’intervento di Eracle convincerà Filottete a cedere alla richiesta. Il finale affidato al “deus ex machina” come spesso avverrà nei drammi di Euripide, il lieto fine (primo caso noto di una tragedia che si conclude in modo positivo), la presenza di caratteri ancor più vari e umani del consueto e infine i frequenti dettagli paesaggistici e pittoreschi, sembrano evidenziare nell’autore, ormai vecchio, influenze euripidee.

EDIPO
Universalmente riconosciuta come la più perfetta tragedia del teatro greco, “Edipo re” può essere in qualche mondo considerata anche l’antenata del moderno dramma poliziesco. Un morbo sta desolando Tebe, castigo dei Numi sdegnati da un misfatto di cui la città deve purificarsi: l’uccisione del vecchio re Lajo, compiuta da ignoti e rimasta impunita. Edipo, oggi sposo di Giocasta, vedova di Lajo, bandisce un editto per la ricerca del colpevole. L’inchiesta gli rivelerà a poco a poco di essere colpevole di parricidio e incesto. Sconvolto da questa verità Edipo si acceca.
La forza del dramma sta anche nella contemporanea presenza al suo interno di due dei temi più profondi e terribili della tragedia umana: l’ineluttabilità del destino, perché Lajo e Giocasta avevano appreso da un oracolo che il loro figlio avrebbe ucciso il padre e sposato la madre e per questo lo avevano allontanato da Tebe, senza peraltro impedire che gli eventi previsti si compissero; il dramma di scoprirsi diversi da come ci si crede, perché Edipo si crede uomo grande, giusto, assennato e prediletto dagli dèi fino al momento in cui, posto di fronte allo specchio della verità, si scopre colpevole e, incapace di accettare il suo nuovo se stesso, si acceca e parte in esilio. “Edipo a Colono” è l’ideale prosecuzione della vicenda. Ramingo e condotto per mano dalla figlia Antigone, Edipo è orami prossimo alla morte e in qualche modo pacificato con se stesso e con gli dèi. Una volta sepolto, le divinità promettono infatti che, se la sua tomba non sarà violata, il paese che l’accoglierà vivrà sereno. Colui che da vivo giunse all’estremo dell’abiezione, una volta morto diventa quindi propiziatore di pace.

ETICA ED ESTETICA
I critici di ogni epoca si sono spesso espressi sul confronto tra Eschilo e Sofocle, evidenziando nel primo una certa durezza e scabrosità quasi barbarica e primitiva, assente nel secondo, molto più squisito e levigato nel suo stile: magniloquente e roccioso il primo, semplice e misurato, quasi burrascoso Eschilo, armonioso Sofocle. A differire, riflettendosi nello stile, pare essere soprattutto lo spirito dei due poeti. Entrambi sono essenzialmente religiosi, ma Eschilo scorge nel turbine delle vicende umane una legge arcana di giustizia, mentre il secondo non vede che miserie e orrori ingiustificati. La divinità in cui crede quest’ultimo è un’entità terribile e implacabile che annienta gli esseri umani facendone i propri giocattoli.

Nella prima foto: Acropoli
Nella seconda foto: statua di Sofocle nel Museo Laterano
Nella terza foto: "Edipo e la sfinge" di Gustave Moreau (Metropolitan Museum di New York)

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