Sul Teatro

UN PO' DI STORIA DEL TEATRO

Sintesi da: “Storia del Teatro Drammatico” di Silvio D’Amico

GRECIA E ROMA - Eschilo

L’ORA EROICA DELLA GRECIA
“La vita d’Atene e delle altre città greche scorreva tra guerricciole locali, piccole lotte intestine e graduali conquiste della democrazia” scrive Silvio D’Amico “quando tutto a un tratto sull’intera penisola pendette una minaccia immane: la Persia”.
Il più vasto impero conosciuto dell’antichità, quello di Dario, che abbracciava tre continenti e si estendeva dal Golfo Persico alla Tracia, dai confini dell’India all’Egitto, si riversò sulla piccola Grecia.
Dario sommerse facilmente le gracili colonie greche dell’Asia Minore, quindi incontrò un’inattesa resistenza a Mileto (500 a.C.). Nonostante gli aiuti di Eretria e Atene, Mileto fu schiacciata e i Persiani si produssero in un doppio attacco dal mare e dalla terra. Pur fra qualche difficoltà e fastidiosi contrattempi, l’avanzata di Dario proseguì, finché il suo esercito si trovò ad una giornata di marcia da Atene e si accampò nella pianura di Maratona. Con folle coraggio gli Ateniesi piombarono sull’accampamento, massacrando un gran numero di Persiani e spingendo gli altri alla fuga.
Pochi anni dopo (480 a.C.) Serse, figlio di Dario, volle ritentare l’impresa con un numero di forze enorme: si parlò di milioni di uomini, poi la cifra si ridusse a mezzo milione, in ogni caso si trattò del più grande sforzo militare che si ricordi, prima delle campagne napoleoniche.
Fu allora che la Grecia visse il suo eroico momento. “I greci, fino ad allora divisi” scrive D’Amico “sentirono improvvisamente i vincoli comuni del sangue, della lingua, della religione e una volta tanto si tesero tutti insieme all’impresa sovraumana”.
Sparta si sacrificò gloriosamente alle Termopili; la Beozia e l’Attica furono invase fino all’istmo di Corinto; la modesta flotta greca fu respinta fino all’isola di Salamina, ma qui, grazie alla ristrettezza dal canale e al vento favorevole, le agili navi elleniche affrontarono e sconfissero le grosse e pesanti navi persiane. Serse tentò quindi l’offensiva via terra, ma fu di nuovo definitivamente sconfitto a Platea.
Intorno all’impresa sorsero numerose leggende di eroismo greco.

ESCHILO E IL DRAMMA
Fra coloro che combatterono a Maratona e a Salamina c’era anche un giovane poeta di nome Eschilo.
Egli fu dunque, non solo testimone, ma anche partecipe delle gesta eroiche nell’ora più solenne della Grecia. Questo fatto caratterizzò la sua produzione insieme ad un altro elemento che va tenuto in considerazione: la sua formazione religiosa. Nato nel 525 a.C. a Eleusi era stato iniziato ai misteri di Demetra. Non si sa molto della sua vita, se non che: si presentò alla sua prima gara drammatica nel 500; vinse 52 corone tra primi, secondi e terzi posti; il primo posto fu spesso suo finché non comparve sulla scena Sofocle; scrisse circa novanta drammi attinti dalla mitologia e dai poemi di Omero; morì a Gela nel 456.
Considerato l’inventore del Dramma, a lui, regista e poeta, la tradizione attribuì le due più significative invenzioni della tragedia greca (la maschera e il coturno) e l’introduzione del secondo attore che rese possibile la rappresentazione del conflitto. Da drammaturgo si preoccupò di giustificare la presenza del Coro e di dargli un compito da personaggio. Significativo è il fatto che tra le sette tragedie eschilee a noi interamente pervenute, quattro prendano il titolo dal Coro: “Le Supplici”, “I Persiani”, “Coefore”, “Eumenidi”.

L’EVOLUZIONE DELLA SUA TECNICA TEATRALE
In “Le Supplici”, rappresentata nel 499 a.C. (ma studi più recenti parlano del 460 o 463 a.C. - ndr), Eschilo si serve di due attori per mettere in scena tre personaggi, ma il Coro conserva ancora la parte preponderante del Dramma ed è il vero protagonista. Si tratta delle cinquanta figlie di Dànao che, fuggite dall’Egitto, approdano ad Argo chiedendo al re Pelasgo ospitalità e protezione. La tragedia si conclude con l’arrivo dei cugini delle fanciulle, giunti con l’intento di riportarle indietro. Questi, respinti, se ne vanno con aspre minacce. La vicenda proseguiva con “Egizii” e “Danaide” opere andate perdute. Dal punto di vista estetico e poetico “Le Supplici” sono ricche di inni e canti di suprema bellezza e di profonda suggestione, ma da un punto di vista tecnico e teatrale rappresentano solo un embrione di dramma: sono pochi gli elementi teatrali, a parte un’iniziale incertezza nell’animo di Pelasgo e qualche sorpresa scenica. È probabile che la tragedia sia stata eseguita senza apparato scenografico, nell’orchestra, ricorrendo ad espedienti narrativi talvolta ingenui per consentire ai due attori di rappresentare il terzo personaggio.
Ne “I Persiani”, rappresentata nel 472 a.C., lo sviluppo drammatico acquista maggiore consistenza. Il soldato di Maratona e Salamina non celebra la vittoria dei Greci, ma canta la sconfitta dei Persiani. Senza odio verso il nemico, egli interpreta l’evento con animo religioso più che patriottico, sostenendo che il merito della vittoria va attribuito alla Divinità che ha sospinto gli eventi in modo da punire l’oltracotanza di Serse. Benché porti il nome del Coro, questa tragedia ha per protagonisti principali i singoli personaggi, che sono divenuti quattro anche se compaiono in scena solo due alla volta. Il dramma si gioca su un motivo fortemente teatrale: l’attesa di una catastrofe temuta e imminente. V’ispira il senso solenne della Giustizia Divina e la progressione degli eventi è narrata ricorrendo sì al racconto, ma attraverso elementi arcani e misteriosi: il sogno, l’annuncio del messaggero, l’evocazione della figura di Dario dall’oltretomba.
La complessità aumenta ancora in “I sette contro Tebe”, rappresentata forse nel 467 a.C., al termine di una trilogia che comprendeva “Laio” e “Edipo”. La tragedia narra lo scontro fratricida tra Eteocle e Polinice ed è tutta raccontata, ma con grande ansia, accresciuta dal fatto che gli episodi vengono esposti man mano che accadono, con uno stile quasi da “radiocronaca”. Numerosi gli elementi che segnano l’ulteriore evoluzione della tecnica drammatica di Eschilo: i personaggi rappresentati sono addirittura cinque; sempre più sapienti sono i colpi di scena, gli effetti e le attese; il personaggio di Eteocle è diventato finalmente un “carattere”, tipico eroe e re, ed è un protagonista individuale nel senso moderno del termine.
In queste prime produzioni Eschilo propone situazioni essenzialmente drammatiche, ma le esprime soprattutto con narrazioni e grandi canti, mettendo in scena figure avvolte nel mito, eroi tutti d’un pezzo, spesso astratti, in cui il conflitto non si rivela in urti e dispute, ma in confessioni e inni elevati al cielo.

IL NUOVO ESCHILO DELL’ORESTIADE
Nelle tragedie “Agamennone”, “Coefore” ed “Eumenidi”, che costituiscono la trilogia “Orestiade” (l’unica giunta a noi completa dall’antichità), si avverte un’aria completamente nuova rispetto agli intrecci e ai caratteri proposti nella precedente produzione di Eschilo. Una quantità di caratteri, un più ricco intreccio, un più snello e agile andamento, maggiore varietà e vivacità negli effetti teatrali, effettivi scontri drammatici e un più frequente alternarsi di parti narrate e parti agite sono le novità che subito emergono e che ci fanno domandare: che cos’è accaduto?
La risposta è semplice: nelle gare drammatiche si è presentato Sofocle, un giovane rivale che spesso è riuscito a vincere il primo premio, grazie anche all’apporto d’interessanti novità nei meccanismi della tragedia. Il giovane contendente ha introdotto il terzo attore, con conseguente possibilità di ampliare e complicare gli sviluppi drammatici, e ha movimentato il carattere stesso dei personaggi non più immobilizzati nel tipo.
Per tenergli testa il vecchio Eschilo si è dovuto adeguare, rinnovandosi.
I tre drammi di “Orestiade” pongono una serie di motivi che poi diverranno tipici della tragedia: l’ineluttabilità delle leggi del fato; l’ereditarietà misteriosa del delitto (Agamennone sacrifica Ifigenia, Clitemnestra uccide Agamennone, Oreste si vendica del padre assassinando la madre); il contrasto intimo tra le voci della natura e un ordine superiore (la Giustizia impone a Oreste un delitto contro natura). Eschilo mette in scena passioni furiose tra uomini e donne di straordinaria personalità: Agamennone è l’eroe di ritorno dall’immensa fatica bellica; Elettra è la fanciulla virile, chiusa e veemente nel suo dolore; Cassandra è creatura in estasi cui la consapevolezza del futuro non impedisce d’esserne preda (altro tema ricorrente); la nutrice di Oreste è una figura mirabilmente viva, molto moderna.

IL PROMETEO
Un discorso a parte merita il “Prometeo incatenato”, tragedia centrale di una trilogia che comprendeva “Prometeo piroforo” e “Prometeo liberato”.
La tragedia viene collocata temporalmente tra “I sette contro Tebe” e “Orestiade” per due ragioni, l’una tecnica l’altra di sviluppo del carattere: la presenta del terzo attore e di un principio di “crisi” di cambiamento nel personaggio di Prometeo.
La figura del protagonista non è tratteggiata con l’immobilità cara al poeta dei primi drammi, per cui i suoi eroi erano sempre uguali a se stessi. Qui assistiamo ad un eroe che vive delle “crisi”, s’interroga e muta: al lamento iniziale per la sua sorte, subentra lo sdegno, Prometeo diventa ribelle, poi, nella tragedia conclusiva e mancante, si sottomette a Zeus riconoscendo le proprie colpe.
Si è parlato di una sorta di “irreligiosità” da parte di Eschilo, nelle parti in cui Zeus viene quasi tratteggiato come un tiranno insensibile e spietato, mentre Prometeo come l’eroe che combatte per la libera umanità. Queste però sono interpretazioni più tarde che hanno trasformato Prometeo nel mito prediletto dei poeti romantici. È impensabile che il religiosissimo Eschilo, per di più in un paese come la Grecia che pochi decenni più tardi condannerà Socrate per empietà, abbia pensato di proporre al pubblico un’opera in cui Zeus, padre di tutti gli dèi, figurasse come un tiranno.

ETICA ED ESTETICA IN ESCHILO
Carattere fondamentale di Eschilo, al contrario, è proprio la sua religiosità. Tale religiosità, però, non coincide con l’ossequio alla religione ufficiale, non è quella antropomorfica e superstiziosa della Grecia del suo tempo. È qualcosa di più alto e più puro, che quasi tende al monoteismo: “Zeus, chiunque egli sia, se gli è grato esser chiamato così, io lo invoco” viene detto in “Agamennone”.
La vera Divinità di Eschilo non è un Fato feroce e cattivo, bensì una forza superiore e inesorabile di giustizia che punisce chi pecca. Una giustizia che castiga il colpevole e spesso la sua discendenza, perché la colpa genera colpa e dal sangue sgorga altro sangue, sino alla totale espiazione.
“Da questo sentore d’arcana potenza” spiega Silvio D’Amico “deriva il suo stile violento, fatto di grandi tirate canore, di dialoghi di vasto respiro, a volte sforzato, ma di gigantesca potenza”.
In “Agamennone” la vedetta cui è vietato parlare dice che “un bove pesa sulla sua lingua”; la corifea che interroga Elettra ansiosa dice che “il cuore danza in petto per lo spavento”; Serse è “l’uomo dagli occhi di drago”; l’aquila che rode il fegato a Prometeo è “il cane alato di Zeus”.

LE OPERE
Tra gli oltre novanta drammi composti da Eschilo, solo sette sono giunti fino a noi. Ecco in breve le trame.

LE SUPPLICI
Le figlie di Danao, fuggiasche dall’Egitto a causa delle persecuzioni dei loro aspiranti mariti, si rifugiano con il vecchio padre presso l’altare delle divinità protettrici di Argo. Invocano in modo particolare Zeus, in quanto loro progenitore, e ricordano pertanto al figura di Io, loro antenata trasformata in giovenca dalla gelosa Era. Pelasgo, re di Argo, è combattuto tra il sacro dovere di proteggere le fanciulle e il timore di un’aggressione da parte degli Egizi. Dopo aver consultato l’assemblea, Pelasgo torna assicurando protezione alle figlie di Danao. Il canto di riconoscenza da esse intonato viene interrotto dall’annuncio dell’arrivo delle navi egizie. Giunge l’araldo degli Egizi che espone le dure richieste, ma mentre la scorta sta per impadronirsi delle fanciulle, giunge anche il re di Argo con il suo esercito. Egli intima agli Egizi di allontanarsi. Questi se ne vanno minacciando guerra.

I PERSIANI
La vicenda si svolge a Susa, capitale dell’impero persiano. Un coro di vecchi attende notizie sulla spedizione di Serse contro la Grecia. Giunge su un cocchio la vecchia regina madre Atossa, anch’essa in attesa di notizie e agitata da un sogno che le ha lasciato infausti presagi. Poco dopo infatti giunge un messaggero che annuncia la disfatta e la rovina dell’impero persiano. Atossa, in attesa del ritorno di Serse, si reca a portare libagioni alla tomba del marito Dario. Evocata dalla regina e dal coro appare l’ombra di Dario e ne nasce un drammatico dialogo in cui i genitori riconoscono lo smodato desiderio di conquista di Serse come causa della disfatta del vasto impero ereditato. In chiusura di tragedia giunge Serse e in un concitato colloquio con il coro vengono ancora ribadite le sue responsabilità.

I SETTE CONTRO TEBE
La tragedia narra l’ultima fase della vicenda dei Labdàcidi, ossia la lotta per il possesso del trono lasciato da Edipo tra i due figli Enteocle e Polinice. Non rispettando i patti che assegnavano a Enteocle il governo su Tebe e a Polinice quello su Argo, quest’ultimo accompagnato da altri sei eroi si sta dirigendo verso Tebe per conquistarla. Per il bene della patria Enteocle oppone ai sette eroi argivi che dovrebbero attaccare le porte di Tebe, altrettanti eroi tebani pronti a difenderle. Giunge un messaggero ad annunciare che i nemici sono in fuga, ma che entrambi i fratelli sono morti, l’uno per mano dell’altro. La tragedia si chiude con il canto del coro misto di gioia per la salvezza della città e di dolore per la morte dei figli di Edipo.

PROMETEO INCATENATO
Prometeo, figlio di Giapeto ha rubato il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini e per questo viene punito dal re degli dèi e incatenato ad una roccia. Mentre Prometeo si lamenta per la dura punizione, giunge il coro delle Oceanine che, mosse da profonda pietà per il titano, manifestano una sommessa ostilità nei confronti della crudeltà di Zeus. Sul dorso di un essere alato giunge anche Oceano. Anch’egli prova pietà per Prometeo ma gli consiglia di accettare la sua condizione senza ribellarsi. Al suo martirio giunge anche Io. Prometeo le predice nuove peregrinazioni e rivela che un giorno lo stesso Zeus dovrà cedere il suo potere: solo Prometeo stesso, liberato, potrà aiutarlo. Il dramma si chiude con l’arrivo di Ermes inviato per conoscere il segreto relativo alla sorte di Zeus. Prometeo sdegnosamente si rifiuta di parlare, quindi tra lampi, tuoni e terremoti, la rupe su cui egli è inchiodato precipita nel Tartaro.

La trilogia completa ORESTIADE che comprende:
AGAMENNONE
Una sentinella annuncia la notizia del vittorioso ritorno di Agamennone dalla guerra di Troia. I vecchi argivi che formano il coro ricordano il motivo del conflitto e rievocano i tragici eventi che precedettero la partenza del re tra cui il sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone e Clitemnestra. Il re compare sulla scena, accompagnato da una prigioniera, la principessa Cassandra, figlia del re troiano Priamo. Non appena i due sposi entrano nella reggia, Cassandra, ispirata da Apollo, descrive al coro le sue terribili visioni, che riguardano sia il passato sia il futuro: la morte di Agamennone e la sua. Al termine di questa scena drammatica, Cassandra entra nella reggia e subito si odono dall’interno le grida d’aiuto di Agamennone. La regina spiega al coro le ragioni che l’hanno spinta ad assassinare suo marito, quindi arriva Egisto, figlio di Tieste e amante di Clitemnestra, il quale esprime la sua soddisfazione per la morte del re. Ma il coro ricorda ai due che Oreste, il figlio di Agamennone, è ancora vivo e potrebbe vendicare il padre.
COEFORE
Accompagnato dal fedele amico Pilade, Oreste torna ad Argo per vendicare l’assassinio del padre e s’imbatte nella sorella Elettra che, insieme al coro di ancelle, sta andando alla tomba di Agamennone per un sacrificio. I due si abbracciano e studiano un piano per mettere in atto la loro vendetta. Oreste si presenta al palazzo senza rivelare la sua vera identità e, condotto davanti alla regina, riferisce la notizia della morte di Oreste. Davanti a quello che lei crede un estraneo, Clitemnestra dichiara il suo dolore per la morte del figlio e comanda di chiamare subito Egisto. L’usurpatore arriva, entra nella reggia e viene ucciso da Oreste. Clitemnestra affronta il figlio e cerca di convincerlo a non commettere un matricidio, ma Oreste, che confida nella promessa d’aiuto fattagli dal dio Apollo, trascina la madre nel palazzo e la uccide. La sua gioia, però, è di breve durata, perché subito è costretto a fuggire incalzato dalle Erinni, le dee del rimorso che perseguitavano gli assassini, invocate dalla madre morente.
EUMENIDI
Sempre inseguito dalle Erinni, Oreste giunge a Delfi e trova rifugio nel tempio di Apollo, dove viene rassicurato dalle parole del dio, che gli rinnova il suo sostegno e lo esorta a recarsi ad Atene per essere definitivamente liberato dalle conseguenze del suo delitto. Oreste parte, accompagnato dal dio Ermes. L’ombra di Clitemnestra esorta le Erinni a continuare il loro inseguimento. Oreste si presenta alla dea Atena, che chiede a lui e alle Erinni di spiegare le ragioni del loro comportamento. Ha quindi inizio un vero e proprio processo, nel quale prendono la parola prima Oreste, spalleggiato da Apollo, che pronuncia parte dell'arringa difensiva, e poi le Erinni. Al termine del dibattito, i giudici del tribunale ateniese dell’Areopago votano: Oreste è assolto con il voto determinante di Atena, che convince le Erinni a deporre la loro ira e ad accettare di rimanere ad Atene come dee “benigne”, Eumenidi, e non piú Erinni.

Nella prima foto: Eschilo
Nella seconda foto: “Prometeo” di Rubens

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