Sul Teatro

UN PO' DI STORIA DEL TEATRO

Sintesi da: “Storia del Teatro Drammatico” di Silvio D’Amico

GRECIA E ROMA - Architettura, spettacolo, testo, attori, pubblico

LA STRUTTURA ARCHITETTONICA
Intorno alla timèle, l’ara del dio presso cui si disponeva in circolo il Coro, nacque a poco a poco tutta la struttura del teatro greco.
Quando accanto al Coro s’inserì il risponditore (ipocritès) ossia l’attore, i coreuti si disposero a formare due terzi di cerchio lasciando spazio alla tenda (skenè) da cui egli entrava e usciva. Il pubblico che assisteva alla rappresentazione, però, non vedeva un granché. Sorse allora la questione di come rendere il tutto più visibile. Elevare coro e attore oppure gli spettatori? Dopo alcuni tentativi nella prima direzione, si scelse la seconda: più costosa, ma più razionale.
I primi teatri nacquero sul declivio di una collina che, opportunamente corretto, ospitò le gradinate (dapprima in legno quindi in muratura), disposte a semicerchio dietro al coro. Le gradinate (thèatron) degradavano fino al piano dell’orchestra (l’odierna platea) allora riservata al Coro e alle sue danze. L’ingresso dei corèuti avveniva da due aperture laterali (pàrodoi) collocate tra la skenè e le gradinate. Inizialmente gli attori recitavano nell’orchestra a contatto con il Coro e quindi la skenè serviva esclusivamente da fondale. In seguito fu progressivamente arricchita di particolari e costituì un vero e proprio edificio in pietra rappresentante un palazzo reale. Quando lo sviluppo delle tragedie incominciò a dare sempre maggior spazio agli attori, che in scena furono due e poi tre, questi salirono sul proskènion (palcoscenico stretto e profondo collocato davanti alla skenè) che divenne normale sede del dramma.

LO SPETTACOLO
Poiché raffiguravano divinità o eroi al di sopra della comune umanità, gli attori (tutti uomini) venivano elevati di statura e ingranditi grazie a coturni (calzature con suola spropositatamente alta) e ad imbottiture della persona. Essi recitavano dietro a grosse maschere e dovevano apparire quindi come enormi fantocci.
La maschera aveva funzione pratica e ideale. Insieme all’ònkos (acconciatura di capelli molto rialzata) contribuiva ad ingigantire la figura, nascondendo la personalità dell’attore nella stilizzata fisionomia del personaggio, immobile in una smorfia fissa. La maschera anticipava al pubblico la presentazione dei diversi personaggi permettendo di identificarli a prima vista. Nella bocca della maschera era collocato un megafono che, contrariamente a quanto per molto tempo si è asserito, non serviva ad amplificare la voce, non avendo i teatri greci problemi di acustica, bensì a distorcerla per contribuire ad idealizzare il personaggio modificando il timbro vocale dell’attore così come si faceva con la sua figura. I costumi erano convenzionali e, come le maschere, identificavano simbolicamente un preciso tipo di personaggio.
“Lo spettacolo offerto da questi attori ingigantiti” scrive Silvio D’Amico “dovette apparire al pubblico greco non come un trasporto della reale umanità sulla scena, ma piuttosto come una sorta di colossale bassorilievo donde le figure si staccavano a poco a poco per avanzarsi in atteggiamenti e dialoghi d’una crescente vivacità”.
Tutto ciò fa pensare che la loro recitazione non fosse veristica, ma stilizzata. La parte più propriamente cantata della Tragedia era affidata al Coro, ma anche le parti degli attori dovevano essere più o meno cadenzate, “forse al modo di nostre certe eroiche marionette popolari”.

IL CORO
Diviso in due semicori, guidati ciascuno da un corifeo, entrava in orchestra dalle due pàrodoi. Recitava, ma soprattutto cantava e danzava, misurando verso e musica sul ritmo delle sue evoluzioni. In origine non è un personaggio, bensì un residuo lirico della personalità del poeta. Spesso esso adempie ad uffici pratici: espone l’antefatto, fa conoscere ciò che avviene tra un episodio e l’altro, a volte fa addirittura le veci della didascalia.
Il Coro greco, definito “voce del poeta”, ma anche “spettatore ideale”, non è un espositore freddo, bensì lirico e commosso: partecipa idealmente a quanto avviene in scena, lo commenta, ammonisce gli eroi così come gli astanti.
Il Coro avrà caratteristiche differenti a seconda del suo utilizzo nella Tragedia o nella Commedia, in base al gusto dell’epoca e alle esigenze dei vari autori.

SCENOGRAFIA ED “EFFETTI SPECIALI”
Lo sfondo fisso non era l’unico elemento scenico. Su di esso, di volta in volta, potevano essere aggiunti elementi che lo camuffavano o modificavano lievemente.
Oltre al “duttile”, tela dipinta montata su ruote o appesa come un arazzo, erano spesso presenti in scena i “periatti”, quinte triangolari e girevoli con ciascuna delle tre facce dipinta in modo da intonarsi di volta in volta allo sfondo.
Si ritiene che i Greci non usassero il sipario. Si servirono invece di meccanismi, dapprima rozzi, poi sempre più perfezionati, per creare particolari movimenti o effetti.
L’enchiclèma era una piattaforma mobile che avanzava da una porta per mostrare all’improvviso ciò che accadeva o era accaduto all’interno.
La mechanè era una macchina studiata per far volare in cielo gli dèi e certi eroi.
Il theologèion serviva per far apparire in luoghi elevati gli dèi nei loro interventi fondamentali per lo scioglimento dell’azione: è ciò che i latini chiamarono “deus ex machina”.
La distègia è un praticabile fisso, anch’esso per apparizioni in luoghi elevati.
La scala di Caronte serviva per discendere sottoterra.
Gli anapièsmata al contrario per evocare dèi ed eroi da regioni sotterranee.
Il brontèion per fare i tuoni, il kerannoscopèion per i lampi.

LA TRAGEDIA
Le forme tipiche del dramma greco sono quattro: Tragedia, Dramma satiresco, Commedia, Mimo.
La prima merita un approfondimento particolare. La miglior definizione di Tragedia è sicuramente quella di Aristotele che nella “Poetica” la descrive come: “mimesi (imitazione) di un’azione seria e compiuta in se stessa, con una certa estensione, in un linguaggio abbellito da varie specie d’abbellimenti, ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse, in forma drammatica e non narrativa (elemento che la differenzia dall’epica), la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare purificare l’animo da siffatte passioni (la cosiddetta ‘catarsi’).”
Ai tempi dei primi tragici greci, lo spettacolo consisteva in una trilogia, ossia in un poema ciclico che raccontava in tre drammi, ciascuno dei quali in sé perfettamente concluso, un’unica vicenda. La prima tragedia doveva parlare all’animo dello spettatore, essere cioè prevalentemente drammatica, la seconda all’orecchio, essere quindi essenzialmente lirica, la terza all’occhio, ossia offrirgli un grande spettacolo visivo. Purtroppo, di tutto il teatro greco, ci è pervenuta una sola trilogia completa: l’Orestea di Eschilo (Agamennone, Coefore, Eumenedi).
Aristotele definisce inoltre i sei elementi essenziali della Tragedia, quattro riferiti all’opera letteraria e due alla rappresentazione: il Mito da cui il poeta attinge la materia; i Caratteri che devono essere rappresentati con intima coerenza; il Pensiero che i personaggi devono esprimere con parole e azioni; la elocuzione, lo stile dei personaggi e del Coro; lo Spettacolo Scenico e la Composizione Musicale.
Le parti strutturali della Tragedia sono: il prologo (scena preliminare), la pàrodos (canto d’ingresso del Coro), gli episodi (corrispondenti agli atti moderni), gli stàsimi (canti del Coro negli intermezzi), l’esodo (canto corale d’uscita).
Riguardo alle tre unità aristoteliche, che gli umanisti italiani del Cinquecento interpretarono come regole ferree da rispettare, è probabile che invece rispondessero semplicemente ad una consuetudine dettata non da una norma retorica, bensì dal gusto greco per la semplicità, la linearità e la verosimiglianza.
L’unità d’Azione si riferisce alla necessità che la tragedia svolga un unico fatto avente un principio, un centro e una fine. L’unità di Tempo è stata ricavata dal passo in cui Aristotele afferma che “la tragedia cerca quanto può di tenersi nei limiti di un giorno di sole, o lo sorpassa di poco”, questo forse per uniformarsi al tempo effettivo della rappresentazione che durava dal mattino al tramonto (esistono comunque eccezioni a tale “regola”). Anche l’unità di Luogo, per cui la Tragedia deve attenersi ai limiti dello spazio della scena, pur esistendo alcune eccezioni, rispondeva probabilmente ad un’esigenza più pratica che retorica.

DRAMMA SATIRESCO, COMMEDIA E MIMO
Il Dramma Satiresco era una grandiosa farsa di argomento mitico, che la tradizione dice inventata da Pràtina. Questo tipo di composizione fu aggiunto, come quarta parte comica, alla trilogia tragica per formare la tetralogia, obbligatoria per i poeti che partecipavano alle gare. La sua struttura non differiva da quella della Tragedia, ma il suo spirito era decisamente buffonesco. A noi è pervenuto un solo esempio: “Il Ciclope” di Euripide.
La Commedia era una composizione, anch’essa divertente, il cui soggetto era tratto, però, dalla vita quotidiana. La Commedia Attica Antica metteva in scena persone del suo tempo, mentre la Nuova rappresentava i casi della vita in tipi e macchiette. La prima può essere paragonata alla nostra “rivista”, mentre la seconda ha dato origine alla Commedia vera e propria.
Il Mimo era una sorta di farsa popolaresca: scherzo rustico e grossolano, originariamente improvvisato, restò un genere d’arte inferiore, tuttavia conta tra i suoi autori anche noti poeti.

ATTORI E PUBBLICO
Gli attori greci s’unirono spesso in corporazioni, ebbero scuole, costituirono anche compagnie girovaghe. Contrariamente a quanto avverrà a Roma e in seguito, l’attore greco fu riverito e onorato, perché per i Greci il Teatro fu l’arte sociale per eccellenza, celebrazione dei miti della stirpe, rito religioso di cui l’attore appariva il sacerdote.
Il Teatro era una vera e propria funzione di stato a cui presiedeva un Arconte. Le spese erano sostenute da ricchi privati. Dal VI sec. a.C. si diffuse l’uso delle gare drammatiche: ogni autore presentava una tetralogia; il verdetto era dato dal pubblico. Le gare si svolgevano una volta all’anno e avevano i caratteri di un’eccezionale, festosa e solenne celebrazione cui il popolo assisteva gratuitamente. Grande era l’interesse per il teatro, dimostrato dal numero di presenze e dalla partecipazione con cui gli astanti esprimevano il loro entusiastico consenso o la loro violenta disapprovazione. Il giudizio era affidato a dieci spettatori estratti a sorte. Il vincitore riceveva una corona d’alloro e un tripode di bonzo.

CURIOSITÀ
“Ipocritès” ossia “risponditore” fu il nome dato all’attore incaricato di rispondere al Coro. Il significato negativo che il termine ipocrita ha assunto poi è un palese esempio di come, in molte civiltà, la figura dell’attore sia stata guardata con sospetto.

Nella prima foto: Ricostruzione della scena ellenistica del teatro di Dioniso secondo il Flechter
Nella seconda foto: Attore tragico con maschera, onkos e coturni

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