Sul Teatro

UN PO' DI STORIA DEL TEATRO

Sintesi da: “Storia del Teatro Drammatico” di Silvio D’Amico

GRECIA E ROMA - Cultura e Religiosità

CULTURA GRECO-LATINA
Il Teatro, ma anche l’Arte, la Filosofia e la Poesia nacquero in Grecia, un piccolo paese a sua volta suddiviso in tante piccole città. Staterelli che comprendevano alcune migliaia di famiglie. Poche persone e in un tempo relativamente breve generarono quindi uno straordinario sviluppo del pensiero, che poi divenne materiale morale di molti altri esseri umani diffondendosi nello spazio e nel tempo. Difficile, dice Silvio D’Amico, spiegare come tutto questo si produsse in un tempo così breve per poi durare tanto a lungo, ma altrove.
Fu probabilmente uno scontro interno, il contrasto tra la libertà di Atene e le regole di Sparta, a determinare il rapido sfiorire in Grecia di questo eccezionale fenomeno.
D’Amico precisa che la città sovrana dello spirito greco fu Atene, “fiore dell’anima ellenica, libera, agile, individualista, democratica, estetica, amante dell’indagine come della disputa” e spiega che “il culto dell’individuo vi divenne rapidamente forza centrifuga; l’armonia ne fu spezzata, l’euritmico edificio crollò.”
Accanto ad Atene, ma al suo opposto, c’era Sparta dove l’individuo era strumento dello Stato, le leggi erano durissime, l’idolo della polis era il soldato. Sparta salvò la Grecia dalla minaccia di Serse, ma presa coscienza della sua forza, si rivolse contro Atene e la schiacciò. Questo fatto segnò la decadenza e quindi la fine della “luminosa stagione greca nel mondo”.
Erede della Grecia fu Roma, un’altra città che ebbe il merito di stabilire un equilibrio tra le due forze eternamente in contrasto: Libertà e Regola, Individuo e Stato trovarono una conciliazione. Roma conquistò le città greche, ma ne salvò le divinità, i monumenti, i poemi. L’espansione romana portò nel mondo non solo il suo Diritto, ma anche l’arte e il pensiero della Grecia, diffondendo quella che oggi noi chiamiamo “classicità”.

RELIGIOSITÀ
La Grecia, paese di civiltà agraria, divinizzò le forze della natura: un atteggiamento tipico di ogni popolo primitivo di fronte al terrore prodotto dai cataclismi naturali. In seguito il popolo greco passò alla personificazione di queste forze e quindi alla concezione di dèi antropomorfi. In questa visione uomini e dèi sono però entrambi soggetti ad una forza superiore: il Destino. Ciò determina un senso di precarietà e una tensione verso la spiritualità, ossia la ricerca di un luogo o di qualcosa che possa dare agli uomini felicità, riparazione e giustizia. La religione greca, al contrario di quella cristiana, offriva la visione della verità e la possibilità di salvezza solo ad un’élite composta dagli iniziati, da coloro che partecipavano ai “sacri misteri”.
Si trattava di riti in cui il ciclo della vegetazione, che alterna nascita e morte, veniva assimilato al ciclo della vita umana. Una parte essenziale di questi riti prevedeva una vera a propria rappresentazione sacra.
Il naturale percorso del seme che, sepolto nella terra, dopo lunga gestazione torna di nuovo alla luce, divenne, per esempio, la narrazione del ratto di Kore (Proserpina), figlia di Demetra (Cerere), da parte di Ade (Plutone).

CULTO DIONISIACO E CULTO ORFICO
Altri noti misteri furono quelli legati al culto di Dioniso, dio della vigna e dell’ebbrezza. Fin dalle origini, la massima solennità del culto consisteva in una festa campestre in cui gli iniziati davano la caccia ad un animale che rappresentava il nume: “musiche, danze, vino e fors’anche il fumo di certi semi, eccitavano all’orgia mistica i fedeli, camuffati con pelli e corna d’animali selvatici, fino a una sorta di furore, che li induceva a precipitarsi in traccia dell’animale sacro e, fattane preda, a sbranarlo e a cibarsene”.
Al culto di Dioniso si lega il mito orfico. Zagreus, dio fanciullo, viene ucciso e divorato dai Titani. Ne resta solo il cuore da cui nascerà il nuovo Dioniso. Dalle ceneri dei Titani, fulminati da Zeus, nascerà invece il genere umano. Gli uomini, la cui natura mescola celeste immortalità e mortalità terrestre, sono pertanto condannati ad un lungo ciclo di vita e di morte. Potrà evadere da questa serie di esistenze umane soltanto chi conoscerà e praticherà le arcane verità rivelate agli iniziati.

DAL DITIRAMBO ALLA TRAGEDIA
La fusione tra umanità e natura, così come l’idea di fecondità legata alla sessualità sono perfettamente rappresentate nelle figure che accompagnano il corteo di Dioniso: i satiri (metà umani e metà caprini), le mènadi o baccanti (donne che incarnano la voluttà dell’amore).
Le feste in onore di Dioniso venivano celebrate in diversi momenti dell’anno ed erano strettamente legate al ciclo vegetativo della vigna. Nel corso di tali feste, dette Piccole e Grandi Dionisiache, s’intonava il “ditirambo”, inno in onore del dio. Tale inno prendeva il nome di “tragodìa” (tragedia), che significa “canto del capro”, quando ad esso si accompagnava il sacrificio di un capretto, sacro a Dioniso perché animale considerato lascivo o perché nemico e guastatore della vigna.
In origine improvvisato dai devoti, il ditirambo ebbe in seguito forma scritta in versi. Il coro dei cantori lo intonava disponendosi in cerchio intorno all’ara detta “timèle” su cui si offriva il sacrificio. In una fase ulteriore di sviluppo, il coro si divise in due semicori, che si rispondevano vicendevolmente creando una sorta di dialogo. Nel momento in cui ai canti dei due semicori si aggiunse qualcuno che a sua volta interveniva pronunciando le parole di Dioniso, si ebbe il primo embrione di rappresentazione teatrale.

IL PRIMO AUTORE TEATRALE
La prima rappresentazione tragica viene attribuita ad un poeta più o meno leggendario: Tespi. Secondo la tradizione, sarebbe stato lui a comporre, nel 534 a.C., il primo dialogo tra un Coro e un attore in occasione delle Grandi Dionisiache organizzate da Pisistrato ad Atene. Si dice che Tespi abbia poi incominciato a girare i borghi dell’Attica per dare spettacolo su una sorta di palcoscenico mobile munito di ruote, noto appunto come “carro di Tespi”. Tra i componimenti da lui prodotti risulta una “Alcesti”.
Pràtila da Fliunte è ricordato invece come il creatore di quello che oggi definiamo dramma satiresco.

Nella foto: "Bacco" di Michelangelo

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